01.11.01 – Pianeta intramercuriale


Nel 1840 Arago indusse il giovane e promettente Le Verrier a lavorare sulla teoria di Mercurio. Pur lavorandoci per i tre anni successivi, Le Verrier non riuscì a portarla ad un livello soddisfacente. La sua Memoria sull’argomento, “Détermination nouvelle de l’orbite de Mercure et de ses perturbations” fu presentato all’Accademia delle scienze nel 1843 [Comptes Rendus16 (15 maggio 1843) {A-0080.0016_.0019.18430515-1054_1065} p. 1054-1065 ]. Alla fine del 1843 Le Verrier fu attratto dal problema delle orbite delle comete e nel 1845 dalla Teoria di Urano. Dopo il passaggio di Mercurio sul Sole dell’8 maggio 1845 e il trionfo della sua previsione del pianeta transuraniano, Le Verrier ritornò ad occuparsi dello spinoso problema di Mercurio. Nel 1849 lesse all’Accademia delle Scienze il saggio “Nouvelles Recherches sur les mouvements des planètes” [Comptes Rendus29 (2 luglio 1849) {A-0080.0029_.0001.18490702-0001_0005} p. 1-5   ], in cui rilevò i problemi della teoria del pianeta Mercurio:

{A-0080.0029_.0001.18490702-0001_0005} p. 3  L’invariabilità dei moti medi degli astri serve di base alle teorie da più di mille anni; e questa base ha preso un carattere di certezza matematica attraverso i lavori dei geometri francesi, che hanno provato che in effetti l’azione mutua dei pianeti non cambiava i loro moti medi; è una delle condizioni che mantiene l’ordine nel nostro sistema planetario. Ho dunque provato una sorpresa profonda quando lavorando alla teoria di Mercurio, ho visto che il moto medio di questo pianeta, determinato con gli ultimi quaranta anni di osservazione, si trovava notevolmente più debole che per il confronto delle osservazioni antiche con quelle moderne. Mi sono anche assicurato che questi risultati non dipendevano per niente dal numero troppo piccolo di osservazioni; e i miei sforzi, per pervenire ad una teoria in cui non fosse più così, sono stati al presente infruttuosi.

Nel 1859 Le Verrier pubblicò “Théorie du mouvement de Mercure” (Annales de l’Observatoire, Mémoires, 5 {A-0104.0005_.0000.18590000-0001_0195} p. 1-195 ) in cui mostrava che il moto secolare della longitudine del perielio di Mercurio era circa 38″ al secolo più grande del valore giustificato dalle perturbazioni, cioè 527″: una grande differenza [Secondo le ricerche moderne, il valore della discrepanza è persino maggiore, 43″]. Le Verrier si domandò se un pianeta, o un gruppo di piccoli pianeti, circolanti nei pressi dell’orbita di Mercurio, avrebbe potuto produrre l’effetto osservato.

{A-0104.0005_.0000.18590000-0001_0195} p. 105 Alla distanza media 0.17, la massa perturbante sarebbe precisamente uguale alla massa di Mercurio. La più grande elongazione alla quale essa potrebbe arrivare, sarebbe poco inferiore a 10°. Si deve credere che un pianeta che brillerebbe di uno splendore più vivo di Mercurio, avrebbe dovuto necessariamente essere scoperto dopo il tramonto o prima del levare del Sole, radente l’orizzonte? Oppure sarebbe possibile che l’intensità della luce dispersa dal Sole avesse permesso a un tale astro di sfuggire ai nostri sguardi?
Più lontano dal Sole, la massa perturbante è più debole, e senza dubbio è lo stesso per il suo volume; ma l’elongazione è più grande. Più vicino al Sole, è l’inverso; e se lo splendore del corpo perturbante è aumentato dalla dimensione di questo corpo e dalla vicinanza al Sole, l’elongazione diviene così piccola, che sarebbe possibile che un astro, la cui posizione è sconosciuta, non abbia potuto essere scorto nelle circostanze ordinarie.
Ma, in questo stesso caso, come un astro che sarebbe dotato di uno splendore molto vivo e che si troverebbe sempre molto vicino al Sole, non avrebbe potuto essere intravisto durante qualcuna delle eclissi totali? Un tale astro infine non passarebbe fra il disco del Sole e la Terra, e non si avrebbe dovuto averne così conoscenza?
Queste sono le obiezioni che si possono fare all’ipotesi dell’esistenza di un pianeta unico, comparabile a Mercurio per le sue dimensioni, e circolante all’interno dell’orbita di quest’ultimo pianeta. Coloro ai quali queste obiezioni sembreranno troppo gravi, saranno condotti a sostituire questo pianeta unico con una serie di asteroidi le cui azioni produrranno in somma lo stesso effetto totale sul perielio di Mercurio. Oltre che questi asteroidi non saranno visibili nelle circostanze ordinarie, la loro ripartizione attorno al Sole sarà causa che essi non introdurranno sul moto di Mercurio alcuna ineguaglianza periodica di qualche importanza.
L’ipotesi alla quale ci troviamo portati non ha più niente di eccessivo. Un gruppo di asteroidi si trova fra Giove e Marte, e senza dubbio non si sono potuti segnalare che i principali individui. Si ha luogo di credere anche che lo spazio planetario contenga dei piccolissimi corpi in numero illimitato, circolanti attorno al Sole. Per la regione che avvicina l’orbita della Terra, questo è certo.
Il seguito delle osservazioni di Mercurio mostrerà se occorre effettivamente ammettere che dei tali gruppi di asteroidi esistano anche più vicino al Sole. Forse la discussione delle osservazioni di Venere porterà, dal canto suo, qualche luce sullo stesso soggetto, anche se la piccolezza dell’eccentricità dell’orbita di questo pianeta non permetta molto di sperarlo. In tutti i casi, siccome potrebbe essere che in mezzo a questi asteroidi ne esistano alcuni di più grossi degli altri, e siccome non si avrebbe altro modo di constatarne l’esistenza che attraverso l’osservazione dei loro passaggi davanti al disco solare, la discussione presente dovrà confermare gli astronomi nello zelo che essi mettono a studiare ogni giorno le apparenze della superficie del Sole.
È molto importante che ogni macchia regolare, benchè minima che sia, e che venisse ad apparire sul disco del Sole, sia seguita per alcuni istanti con la più grande attenzione, al fine di assicurarsi della sua natura attraverso la conoscenza del suo movimento.

Le Verrier menzionò l’ipotesi degli asteroidi intramercuriali in una sua lettera a Faye, pubblicata su Comptes Rendus49 (12 settembre 1859) {A-0080.0049_.0011.18590912-0379_0383} p. 379-383  . Subito dopo fu stampata la replica di Faye, che si disse estremamente interessato, e spronò gli astronomi a ricercare questi astri, nelle rare occasioni delle eclissi solari, ma soprattutto realizzando una serie di fotografie giornaliere del Sole, che avrebbero potuto evidenziare degli oggetti in transito.

L’astronomo dilettante tedesco Heinrich Schwabe nel 1857 aveva annunciato la scoperta del ciclo delle macchie solari, dopo 30 anni di osservazioni, ma non aveva rilevato pianeti in transito. Edward Herrick, bibliotecario della Yale University, scrisse una lettera a Le Verrier [Comptes Rendus49 (21 novembre 1859) {A-0080.0049_.0021.18591121-0810_0812} p. 810-812  ]. Herrick era rimasto interessato dalle strane macchie osservate dal tedesco J.W.Pastorff fra il 1822 e il 1837, e nel 1847 aveva condotto assidue osservazioni del sole, insieme al suo amico Francis Bradley. È notevole che, durante gli ultimi venti anni, non abbiamo alcuna osservazione di Schwabe o altri sul passaggio di corpi simili davanti al sole: forse l’orbita del pianeta ha una grande inclinazione.

Subito dopo alla lettera di Herrick fu pubblicata quella del meteorologo olandese C.H.D. Buys-Ballot [Comptes Rendus49 {A-0080.0049_.0021.18591121-0812_0813} p. 812-1813  ], in cui ipotizzava un anello di frammenti fra la Terra e il Sole. Si trattava di una ipotesi ragionevole, non come quella di Jacques Babinet: “Mémoire sur le nuages ignés du soleil considérés comme des masses planétaires”, Comptes Rendus22 (1846) {A-0080.0022_.0007.18460216-0281_0286} p. 281-286  . Babinet interpretò le protuberanze solari osservate durante l’eclisse solare del 1842 come delle masse planetarie incandescenti che circolavano attorno al Sole; propose di chiamarne una Vulcain, e le altre Cyclopes. Ho citato questa ipotesi solo perché il nome Vulcain verrà poi usato da Le Verrier per uno dei suoi corpi intramercuriali.

Il contributo interessante all’ipotesi di Le Verrier apparve nella pubblicazione Mittheilungen über die Sonnenflecken10 (1859) {A-0229.0001_.0010.18591100-0247_0305} dell’astronomo Rudolf Wolf, dell’Osservatorio di Zurigo, alle p. 288-291 . Il 1° novembre 1859 Wolf scrisse una lettera, pubblicata in Astronomische Nachrichten51, No. 1223, (1859) {A-0073.0051_.1223.18591118-0353_0356} p. 353-356  in cui segnalava almeno 15 casi sospetti, fra cui quelli del febbraio 1762, 18.1.1798, 10.10.1802, 9.10.1819 e le osservazioni di Pastorff del 1834.

Nulla attrasse l’attenzione di Le Verrier più di una lettera scritta il 22 dicembre 1859 da Edmond-Modeste Lescarbault, un medico farmacista di campagna che viveva a Orgères-en-Beauce (Eure-et-Loire, Francia centrale) e a tempo perso si dilettava di astronomia nel suo modesto osservatorio privato [pubblicata in Comptes Rendus50, (1860)

{A-0080.0050_.0001.18600102-0040_0045} p.40 
Penetrato d’ammirazione per gli immortali geometri che scoprono, con l’aiuto dei principi dell’analisi, la strada misteriosa dei mondi, sono stato, dalla mia infanzia, spinto ad occuparmi con passione dello studio dei grandi fenomeni celesti. Avendo notato, dal 1837, che la legge di Bode è lontana dal rappresentare esattamente i rappoorti delle distanze dei pianeti dal Sole, mi immaginai che indipendentemente dai quattro piccoli pianeti Cerere, Pallade, Giunone, Vesta, scoperti dal 1801 al 1807 da Piazzi, Olbers, Harding nel grande spazio compreso fra Marte e Giove, forse se ne potevano trovare degli altri. Allora mi era molto difficile fare delle ricerche a questo riguardo; e, senza rinunciarvi, mi rassegnai ad aspettare.
Il passaggio di Mercurio sul Sole, che vidi l’8 maggio 1845, mi fornì l’idea che, se esisteva fra il Sole e noi qualche altro corpo oltre a Mercurio e Venere, anche questo corpo doveva allora avere dei passaggi davanti all’astro radioso e che osservando frequentemente i bordi del Sole, si doveva, ad un certo istante, essere testimonio dell’apparenza di un punto nero sconfinante sul Sole per percorrerne una corda in un tempo più o meno lungo.
A quell’epoca mi fu del tutto impossibile realizzare i miei progetti di osservazione.  Non me ne occupai che a partire dal 1853 in condizioni ancora poco favorevoli; e fino al 1858 non applicai che raramente l’occhio al cannocchiale. A datare da questo stesso anno 1858, ebbi un terrazzo a mia disposizione. Mi fabbricai provvisoriamente una specie di strumento, poco delicato, per la verità, ma suscettibile di darmi, con l’approssimazione di un grado, un angolo di posizione. Delle misure prese sulle macchie della Luna e rapportate ad una carta del nostro satellite di Jean-Dominique Cassini mi hanno permesso di contare su questa approssimazione.

Lescarbault descrisse la sua strumentazione; il cannocchiale aveva un obiettivo costruita da Cauche nel 1838, con un’apertura da 10 pollici e una focale di 1.46 metri.

{A-0080.0050_.0001.18600102-0040_0045} p.43 
Ogni volta che speravo di essere libero per il pomeriggio, prima di andare a terminare le mie visite, regolavo il mio orologio sul passaggio del centro del Sole per il meridiano, con l’aiuto di un piccolo cannocchiale meridiano, e disponevo i miei altri mezzi all’osservazione, come ho appena detto. Al mio ritorno, facevo percorrere, quasi senza pausa, al mio cannocchiale, per un tempo che variava fra mezzora e tre ore, tutto il contorno del Sole, tenendo l’occhio applicato all’oculare.
Infine, il 26 marzo 1859, ebbi la fortuna di trovare quanto segue: (La speranza di rivedere il piccolo astro, di cui sto per parlare, mi ha fatto differire fin qui per darne conoscenza; non credo di dover attendere più a lungo)…..
Il pianeta appariva come un punto nero con un perimetro circolare ben definito. Il suo diametro angolare, visto dalla Terra, è molto piccolo; io lo stimo molto inferiore a 1/4 di quello che ho visto a Mercurio, con lo stesso ingrandimento applicato al mio cannocchiale, in occasione del suo passaggio davanti al Sole, l’8 maggio 1845.
[Fornisce i tempi di passaggio] Ho la convinzione che, qualche giorno, si troverà passare davanti al Sole un punto nero perfettamente rotondo, molto piccolo, percorrente una linea situata in un piano la cui inclinazione sull’eclittica sarà compresa fra 5°+1/3 e 7°+1/3; che l’orbita contenuta in questo piano taglierà il piano dell’orbita celeste verso 183°, passando da sud a nord; che a meno di una eccentricità enorme dell’orbita descritta da questo punto nero attorno all’astro che ci rischiara, sarà suscettibile d’essere visto da noi percorrere il diametro solare in 4h30m circa.
Questo punto nero sarà, con un grande grado di probabilità, il pianeta di cui ho seguito il percorso il 26 marzo 1859, e diverrà possibile calcolare tutti gli elementi della sua orbita. Sono fondato a credere che la sua distanza dal Sole sia inferiore a quella di Mercurio, e che questo corpo sia il pianeta o uno dei pianeti di cui voi, Signor Direttore, avete, qualche mese fa, fatto conoscere l’esistenza nel cielo, in vicinanza del globo solare, per questa meravigliosa potenza del vostro calcolo che, nel 1846, vi fece conoscere anche le condizioni d’esistenza di Nettuno, e fissare la posizione ai confini del nostro mondo planetario e tracciarne la rotta attraverso le profondità dello spazio.

Lescarbault aveva affidato la lettera a Monsieur Vallée, “inspecteur général honoraire des Ponts et Chaussées” [ingegnere civile onorario], che la recapitò nelle mani dello stesso Le Verrier. Il celebre uomo decise di recarsi a Orgères, senza avvertire, tali erano gli interrogativi sollevati da quella lettera. Era venerdì 30 dicembre; prendendo il treno subito, avrebbe fatto in tempo ad essere di ritorno per la festa del primo dell’anno, tenuta dal suocero Choquet. Si fece accompagnare dal figlio di Vallée, ingegnere civile, e arrivarono a destinazione sabato 31 dicembre. In realtà, il treno non fece tutto il tragitto. Siccome la più vicina stazione era a circa 20 km dalla casa di Lescarbault, fecero a piedi questo percorso in aperta campagna.

Il numero di Comptes Rendus contenente la lettera di Lescarbault, subito dopo riporta la relazione di Le Verrier, che però manca di raccontare i dettagli più gustosi della spedizione; per nostra fortuna, esiste un’altra cronaca, raccolta il 1° gennaio 1860 al ricevimento in casa di Choquet dall’Abbé Moigno, editore di un celebre giornale di divulgazione scientifica, Cosmos. Il suo colorito racconto si può leggere in Cosmos16, (6 gennaio 1860). Arrivati a Orgères, Le Verrier e Vallée individuarono facilmente la casa di Lescarbault, sormontata dalla cupola dell’osservatorio:

Ecco il racconto di Moigno:

{A-0045.0016_.0001.18600106-0022_0028} p. 23 
Orgères è a 6 leghe dalla stazione della ferrovia più vicina; e queste sei leghe si fanno con molta fatica su strade sfondate. M. Le Verrier raggiunge infine la meta; va diritto a bussare imperiosamente sulla porta del dottore che viene ad aprire lui stesso; declina il suo nome e le sue qualità. Bisognava vedere M. Lescarbault, così esile, così semplice, così modesto, così timido, per comprendere l’emozione dalla quale fu ad un tratto afferrato, e che fu ben più grande ancora quando, interpellandolo a bruciapelo, M. Le Verrier, dall’alto della grande taglia e con questa intonazione brusca che egli dà, quando vuole, gli disse:
«Siete dunque voi, signore, che pretendete di aver osservato il pianeta intramercuriale, e che avete commesso il grave delitto di tenere nove mesi la vostra osservazione senza pubblicarla? Vi avverto che sono venuto da voi con l’intenzione di fare buona giustizia delle vostre pretese, e di mettere in evidenza, se non la vostra cattiva fede, almeno la vostra illusione grande. E prima ditemi categoricamente quello che avete visto.»
L’agnello tremò in tutte le sue membra alla rude ingiunzione del leone, non parlò, balbettò la sua risposta:
«Il 26 marzo scorso, verso le quattro, fedele alla mia costante abitudine, e l’occhio all’oculare del mio cannocchiale, osservai il disco del Sole, quando ad un tratto scorsi, ad una piccola distanza dal bordo, un punto nero perfettamente delineato nella sua forma, perfettamente definito nella sua rotondità, animato da un movimento proprio molto sensibile; avanzava visibilmente, e si allontanava sempre di più dal bordo; sfortunatamente, sopravvenne un cliente, e discesi dall’osservatorio al pianterreno; ero sulla griglia, risposi comunque al mio meglio a quello che mi domandava, e risalii non appena fui libero; il punto rotondo continuava la sua strada, e l’ho visto alla fine raggiungere il bordo opposto, ed allontanarsi, dopo essersi proiettato per un’ora e mezza circa sul disco del sole.
– Voi avrete dunque determinato l’istante del primo e dell’ultimo contatto; ignorate che per il primo contatto soprattutto, è una osservazione di una delicatezza estrema, che gli astronomi di professione mancano di sovente?
– Perdonate, Monsieur, non mi vanto di aver colto il momento preciso del contatto, il punto rotondo era già sul disco quando l’ho scorto; ho misurato la sua distanza dal bordo, ho atteso che percorresse di nuovo una distanza uguale, ho contato il tempo che aveva messo a percorrere questo secondo spazio, ed ecco come ho determinato approssimativamente l’istante dell’entrata.
– Contare il tempo, è facile a dire; ma dove è dunque il vostro cronometro?
– Il mio cronometro, è un orologio a minuti, fedele compagno delle escursioni della mia professione.
– Cosa! con questo vecchio orologio a minuti, voi osate parlare di secondi valutati da voi; la mia diffidenza è già fin troppo giustificata.
– Perdonate, ma io ho anche un pendolo che batte approssimativamente i secondi.
– Questo pendolo, presentatemelo.»

L’agnello sale al primo piano e discende portando un filo di seta al quale è sospesa una palla d’avorio.
«Sarei veramente curioso di vedere il esercizio la vostra abilità a contare i secondi.»
L’agnello si sottopone, attacca il filo per il suo estremo superiore ad un chiodo, attende che la palla sia in riposo, l’allontana un po’ dalla verticale, conta il numero delle oscillazioni in un minuto osservato al suo orologio, e prova che in effetti il pendolo batte abbastanza bene il secondo.
«Non è abbastanza. Altra cosa – riprende il leone – che il vostro pendolo batta il secondo, altra cosa, che voi abbiate abbastanza la sensazione della seconda battuta del vostro pendolo perchè possiate contare i secondi osservando.
– Oserei ricordare, dice l’agnello, che il mio mestiere è tastare il polso e di contare le pulsazioni; il mio pendolo mi mette il secondo nell’orecchio; e conto allora senza fatica vari secondi successivi.
– Va bene, abbastanza per il capitolo del tempo. Ma per vedere questo punto nero così delineato, occorre un buon cannocchiale. Ne avete dunque uno?
Si, Monsieur, sono pervenuto, ma non senza fatica, senza privazioni, senza sofferenze, a darmi un cannocchiale. Non appena ebbi qualche risparmio, ho acquistato da un artista poco conosciuto all’Osservatorio, benchè sia eminentemente abile, da M. Cauche, un obiettivo di circa 4 pollici, 10 centimetri, ecc. L’artista, che sapeva sia il mio ardore e la mia povertà, mi ha permesso di scegliere fra diversi, tutti eccellenti; acquistato l’obiettivo, ho cercato un tubo, poi un piede; mi sono anche dato recentemente, il lusso di piattaforma ruotante e di un tetto ruotante, che non funzionano ancora, ma che funzioneranno prossimamente.»
Il leone sale a sua volta allo stadio superiore, e verifica lui stesso la verità intera di quel racconto schietto.
«Va bene, è abbastanza dei vostri mezzi d’osservazione, arriviamio all’osservazione stessa; o voi non l’avete fatta, o l’avete scritta al momento in cui essa fu realizzata. Esigo, ascoltatemi bene, che voi mi presentiate la nota originale.
– Esigete! è molto facile da dirsi; ma questa nota era scritta su un piccolo ritaglio di carta, e le piccole carte, le getto o le brucio quando ho fatto una redazione più completa; cerchiamo quindi, forse troveremo e le vostre esigenze saranno soddisfatte.»

L’agnello allora corse tremante alla sua Connaissance des Temps (perchè ha la Connaissance des Temps, e non lo lascia allo stato di libro non tagliato, come abbiamo visto all’Osservatorio imperiale dove, e per causa, il Nautical Almanac regna sovrano), guarda e vede, adempiente la funzione di segnalibro, il memorabile ritaglio di carta del 26 marzo 1859, tutto macchiato di grasso e di laudano. Il leone lo afferra, lo guarda con un occhio scrutatore, lo confronta con la redazione definitiva che gli era stata comunicata da M.Vallée, ed esclama all’improvviso:
«Ma, Monsieur, questa osservazione che voi avete scritto al momento opportuno, ne convengo, l’avete falsata: l’uscita dal disco è in ritardo di quattro minuti.
– No, rispose l’agnello, non ho falsato niente; degnatevi di procedere ad un esame più minuzioso ancora, e vedrete che l’entrata è anch’essa in ritardo di quattro minuti; questi quattro minuti, sono lo scarto del mio orologio regolato sul tempo siderale; anche voialtri, è vero che voi siete astronomi e che io non lo sono, voi tenete conto degli scarti dei vostri regolatori.
– È vero, va bene. Regolate dunque il vostro orologio sul tempo reale o siderale; come lo fate?
– Ho un piccolo cannocchiale meridiano, eccolo, e se voi vi degnerete di abbassare fino ad essa la vostra grandezza, la troverete nelle condizioni tali che essa mi permette di ottenere il tempo ad una precisione di secondo o qualche frazione di secondo.
– Lo riconosco! L’osservazione bruta è stata fatta ed è stata scritta; avete corretto gli errori di tempo; ma se bisognasse credervi, voi sareste andato più lontano: avreste determinato le coordinate angolari dei ponti di contatto, d’entrata e di uscita; voi avreste anche determinato la corda dell’arco che separa questi due punti. C’è qualcosa di poco ambizioso da parte vostra, e vorrei vedere come vi siete preso.
– Sarebbe dire, riprende l’agnello, quello che credo di saper fare? Tutto si riduce a misurare delle distanze dalla verticale e degli angoli di posizione. Ora, se il mio quattro pollici non vi ispira troppo disprezzo, vedrete che l’oculare porta, non un micrometro, è troppo sapiente per me, ma un filo, verticale nella sua posizione ordinaria, e al quale posso fare prendere tutte le inclinazioni volute, e allo stesso tempo che con questo rapportatore di cartone misuro approssimativamente l’angolo che ha percorso. A questo primo filo verticale ne aggiungo un altro, un semplice filo a piombo piazzato davanti all’oculare. I due fili verticali e il rapportatore di cartone, ecco i miei strumenti di misura degli angoli di posizione dapprima, e la corda poi, che si deduce dalle coordinate dei punti di contatti.
È così che ho potuto, con l’approssimazione che mi era permesso di raggiungere, valutare a 9″.13 la lunghezza dell’arco sotteso sul disco del sole dal percorso del punto nero, e di concludere che, se avesse percorso il disco seguendo uno dei suoi diametri, il pianeta sarebbe restato visibile per circa quattro ore. Se osassi, condurrei vostra signoria davanti ad un globo celeste che mi ha permesso, con una operazione abbastanza semplice, di controllare i numeri dedotti dagli angoli di posizione; e, se i caratteri che, sotto la forza della mia buona ventura, ho scritto su questo globo, non fossero indecifrabili, voi vi troverete tutta la serie delle mie operazioni elementari.
– Va bene, è abbastanza, quanto alla vostra riduzione abbozzata; essa è stata ben fatta, non ho niente da dire. Vi trovo, inoltre, tenace e persistente; quindi mi sembra impossibile che, partendo dalla durata di quattro ore che il pianeta impiegherebbe per percorrere il diametro del disco solare, non abbiate cercato di determinare la sua distanza dal Sole.
-Oh, sì, l’ho tentato; ho calcolato uno dopo l’altro, e per tentativi successivi, quello che sarebbe il tempo di passaggio, se la distanza del pianeta fosse un decimo, due decimi, tre decimi, ecc., della distanza della terra dal sole; ma mi sono un po’ smarrito in queste vie che percorrevo per la prima volta; la mia geometria mi ha fatto difetto; le occupazioni della mia professione sono divenute assorbenti; sono stato trascinato altrove mio malgrado, e non sono arrivato ad un risultato definitivo. Non volevo pubblicare la mia osservazione senza dare nello stesso tempo la distanza dal Sole, determinata con i miei umili mezzi; ed ecco perchè ho atteso fino adesso; ecco la causa o la ragione del ritardo che voi mi avete rimproverato così vivamente.
– Non vi lascio così facilmente, questi abbozzi di determinazioni matematiche o geometriche, li voglio, mi servono, consegnatemi le vostre minute.
– Le mie minute! riprende l’agnello. Voi mi gettate in un imbarazzo estremo, la carta non abbonda nella mia dimora, e poichè io sono press’a poco tanto falegname che che astronomo, che maneggio altrettanto mediocramente la pialla che il telescopio, il mio ufficio da scrivano è un po’il mio laboratorio di falegnameria; scrivo su delle tavole! Ma forse, ahimè! la tavola che mi ha servito da lavagna, è stata piallata di nuovo per servire a delle operazioni nuove, riscendiamo quindi al pianterreno, e cerchiamo.»

Si cerca e si trova la famosa tavola con i suoi tracciati e le cifre in gesso. M. Le Verrier la sequestra come aveva sequestrato il pezzo di carta, il foglio dell’osservazione ridotta, come avrebbe sequestrato, se il suo volume non l’avesse spaventato, il globo celeste con i suoi caratteri geroglifici, e il prodotto di questo sequestro, alto fatto del procuratore generale della scienza astronomica, figurava oggi alla seduta de l’Académie.
L’interrogatorio e la verifica essendo durato un’ora abbondante, l’agnello non aveva cessato di tremare in tutte le sue membra, si attendeva ad ogni istante di essere divorato. Questa emozione fortunatamente si trasformò per la sua intelligenza in attenzione e sangue freddo; la paura d’essere preso in flagrante delitto faceva ch’egli misurasse tutte le sue parole; così che non si è mai perso ne contraddetto; è andato regolarmente dal semplice al composto, dal conosciuto allo sconosciuto, senza mai ritornare sui suoi passi, lasciando all’implacabile inquisitore la convinzione profonda che che l’osservazione era stata realmente fatta, tanto perfettamente quanto poteva essere, e che si trattasse proprio di un pianeta intramercuriale. Era venuto per il leone il momento di addolcirsi e di rimontare il coraggio dell’agnello congelato. M. Le Verrier lo fece con una grazia perfetta, con una dignità piena di benevolenza. M. Lescarbault sentì il sangue rifluire verso il suo cuore, respirò largamente, quando il direttore dell’Osservatorio imperiale gli fece le sue scuse cordiali e gli testimoniò la sua soddisfazione completa.
Avendo constatato la scoperta, occorreva pensare alla ricompensa possibile, e assicurarsi che il felice inventore ne fosse degno. M. Le Verrier ricominciò nel villaggio l’inquisizione così bene condotta nel domicilio del dottore; vide il degno curato, l’abbé Lancelin, il giudice di pace, il brigadiere della gendarmeria; tutti a gara gli resero di M. Lescarbault le testimonianze più lusinghiere. È un medico abile, caritatevole, devoto, che non ha che un torto, quello di non correre dietro alle pratiche, perché corre troppo dietro agli astri, da cadere qualche volta nei fossi perché guarda troppo il cielo.

Non è chiaro se Le Verrier si sia mai presentato; forse Lescarbault conobbe la sua identità solo leggendo l’articolo di Moigno. Dalla relazione di Le Verrier all’Assemblea, 2 gennaio 1860:

{A-0080.0050_.0001.18600102-0045_0046}  La durata del passaggio non può farci conoscere la distanza del pianeta dal Sole che ammettendo che l’orbita sia circolare. In questa ipotesi, si trova che il semiasse maggiore è uguale a 0.1427, il semiasse dell’orbita terrestre essendo preso per unità. Se ne conclude che la durata della rivoluzione è 19.7 giorni. Gli angoli di posizione dati da M.Lescarbault permettono ancora di calcolare le longitudini e le latitudini geocentriche all’entrata e all’uscita. Se ne concludono, ammettendo la distanza dal Sole determinata più sopra, le longitudini e latitudini eliocentriche, ciò che permette di fissare l’inclinazione dell’orbita a 12°10′ e la longitudine del nodo ascendente a 12°59′.
Secondo l’autore, che ha osservato il passaggio di Mercurio sul Sole nel 1845, il diametro offerto allora da questo pianeta era certamente quadruplo del diametro apparente del pianeta osservato il 26 marzo 1859. Considerando le masse come proporzionali ai volumi, se ne concluderebbe che la massa di quest’ultimo pianeta non sarebbe che il 17-simo della massa di Mercurio: massa troppo piccola, alla distanza in cui è posto, per produrre la totalità dell’anomalia constatata nel movimento del perielio di Mercurio. Il nuovo astro, in raggio del debole raggio della sua orbita, non si allontanerebbe mai ad una distanza di più di 8° gradi dal Sole. E la luce totale che ci rinvia essendo più debole di quella di Mercurio, si può comprendere perché non lo si sia scorto finora.

Nel fascicolo di Cosmos de 13 gennaio, fu riportata la lettera di Lescarbault, e la relazione di Le Verrier all’Assemblea: {A-0045.0016_.0002.18600113-0050_0056} La relazione di Le Verrier fu applaudita come un nuovo successo del suo genio, e anche l’umile e industrioso dottore di Orgères ebbe il suo momento di gloria. Le Verrier stesso propose al Ministre de l’Instruction Publique et des Cultes, Gustave Rouland, che Lescarbault sarebbe stato meritorio della Légion d’Honneur, la più alta onorificenza francese. Il fascicolo del 03-02-1860 di Cosmos riportò {A-0045.0016_.0005.18600203-0113_0118} p. 115 il testo della lettera di Rouland all’Imperatore Napoleon III, che il 25 gennaio 1860 conferì l’onorificenza a Lescarbault in absentia, perché il mite dottore non rispose a nessun invito, dato che era di abitudini umili e riservate, e non si sentiva di lasciare i suoi pazienti. Moigno diede questa notizia:

{A-0045.0016_.0005.18600203-0113_0118} p. 117 D’altra parte, tre medici parigini, i signori Félix Roubaud, Legrand (du Saulle), Caffe, assumendo il ruolo di delegati della stampa scientifica, propongono alla classe medica e al mondo scientifico di offrire al dottor Lescarbault un banchetto che avrà luogo all’Hôtel du Louvre, rue dé Rivoli, il 18 febbraio. Gli abbonamenti, al costo di 40 franchi, sono accettati da oggi presso le redazioni di tutte le riviste mediche. Noi vedremo certamente con piacere che una scoperta venga celebrata con una cena fraterna, la cui gloria si riflette veramente su tutta la professione medica, ma parteciperemo molto più volentieri a una sottoscrizione il cui scopo fosse quello di offrire al signor Lescarbaült un bello e buon elioscopio che gli permetterebbe di rivedere, nel più breve tempo possibile, la stella che deve immortalare il suo nome. Una nuova osservazione è tanto più necessaria perché la nuova stella riceverà un nome solo se si degnerà di mostrarsi ancora una volta. Il nome è già richiesto da un gran numero dei nostri corrispondenti; molti addirittura, spingendoci a prendere un’iniziativa che non ci compete affatto, ci spingono a dare al pianeta intra-mercuriale il nome di Vulcano, il sigillo, dicono, che esso può ricevere. In effetti è più che probabile che si chiami Vulcano. Il signor Babinet, che ne aveva avuto anch’egli un presentimento nei cieli, molto tempo fa lo chiamò Vulcano, quando credeva che fosse solo in via di formazione, allo stato di nubi cosmiche che danno origine alle protuberanze rosa delle ellissi solari.

Molte fonti asseriscono che il nome Vulcain sia stato proposto da Le Verrier, ma il brano che ho riportato non lo riconduce a questa persona. Anche M.N.R.A.S. (20, 13 gennaio 1860) si complimentò con Lescarbault:

{A-0075.0020_.0003.18600113-0098_0101} p. 100  Il singolare merito dell’osservazione di M. Lescarbault sarà riconosciuto da tutti quelli che esamineranno le circostante connesse; e gli astronomi di tutti i paesi si uniranno nell’applaudire questa seconda trionfante conclusione delle investigazioni analitiche di M. Le Verier. La riscoperta di questo nuovo membro del sistema solare dovrà impegnare la cooperazione di osservatori; e si spera che gli astronomi a Madras uniranno i loro sforzi con quelli degli osservatori europei e americani allo scopo.

Altri inviti a Le Verrier erano stati inviati da ammiratori a Chartres e Blois. Visto come andarono poi le cose, il buon dottore fece bene a defilarsi.